Famiglia 2000

Relazione sul progetto

“FAMIGLIA 2000:

COSTRUIRE UNA COMUNITA’ COMPETENTE”

Nell’ambito delle iniziative di sostegno alla famiglia (D.G.R. n. VI/33920 del 29.12.97) è stato approvato, nel 1997, il progetto “Famiglia 2000: costruire una comunità competente”.

Il progetto era stato formulato come progetto sperimentale preventivo, formativo e di presa in carico integrata per la valorizzazione e la qualificazione delle risorse della famiglia nelle varie fasi del ciclo di vita.

L’idea centrale del progetto era la sperimentazione, rinnovata metodologicamente, di servizi già esistenti di counseling familiare, di sostegno psicologico alle famiglie e di presa in carico di famiglie in difficoltà, anche per la presenza di un figlio, giovane adulto, in situazione di handicap grave, o di un familiare anziano non autosufficiente, con particolare riferimento ai pazienti affetti da Alzheimer.

L’intervento andava ampliato e integrato su tre aree:

  • Area minori;
  • Area handicap;
  • Area anziani.

Il progetto si è così articolato, secondo quanto già esposto nella stesura originaria:

  • Sportelli psicologici;
  • Progetto genitori
  • Parent training
  • Progetto Alzheimer.

Il filo conduttore delle diverse articolazioni progettuali sono stati i gruppi di familiari che, a diverso livello, sono stati coinvolti in attività di tipo formativo-informativo, di sostegno, di ascolto.

La considerazione dei bisogni globali della famiglia ha portato ad individuare la necessità di interventi integrati, articolati sui diversi livelli di bisogni.

Bisogni delle famiglie:

  • Bisogno di informazione (educative, sui servizi, etc.);
  • Bisogni educativi (per es. sapere “cosa fare” coi figli);
  • Bisogni di rapporti sociali (rapporti con altre famiglie);
  • Bisogno di affrontare difficoltà contingenti/durature;
  • Bisogno di affrontare con supporto passaggi difficili del ciclo di vita familiare (nascita dei figli, invecchiamento dei genitori e cambiamento di ruoli conseguente, etc.);

Famiglie con bisogni speciali (famiglie in difficoltà, famiglie con un figlio problematico, con familiare anziano non autosufficiente, etc.):

  • Bisogni “extra” (tutti quelli già detti ma amplificati);
  • Bisogno di sostegno (un luogo e un tempo in cui la sofferenza trova ascolto e contenimento, ragionando anche sul quotidiano);
  • Bisogno di tregua (con bisogno di affrontare i sensi di colpa anche per microabbandoni);
  • Bisogno di affrontare i problemi psicologici e relazionali (reazioni depressive, iperprotezione, delega, trame familiari spezzate dalla malattia, etc.);
  • Bisogno di rapporto coi servizi (rischio di delega totale, di rivalità reciproche, di conflitti mascherati);

Popolazione oggetto dell’intervento:

Le famiglie del territorio considerato – Area di Cinisello Balsamo dell’ASL 3 (Comuni di Bresso, Cinisello Balsamo, Cologno Monzese, Cormano, Cusano Milanino, Sesto San Giovanni).

Obiettivi specifici a medio e lungo termine:

Obiettivi a medio termine

  1. consentire un accesso facilitato ai servizi, dando la possibilità di esprimere in tempi rapidi, attraverso linee telefoniche ad hoc e sportelli psicologici nelle scuole il proprio bisogno o le proprie richieste di aiuto;
  2. consentire un precoce intervento d’aiuto e sostegno che si rileva più efficace quanto più è tempestivo;
  3. dotare i familiari di strumenti e abilità relazionali più idonei ad affrontare con competenza il ruolo genitoriale;
  4. favorire la possibilità, perché inserito in un percorso integrato, di accedere ad un contesto di sostegno anche individuale, per la singola famiglia, laddove s’individua tale bisogno;
  5. sostenere la famiglia nelle diverse fasi del suo ciclo di vita sia fisiologico (per esempio crescita e autonomia dei figli) che riferibile ad eventi straordinari (un familiare malato cronico);
  6. coinvolgimento delle associazioni di familiari del territorio interessato alla sperimentazione, articolando e valorizzando il protagonismo di queste associazioni;
  7. qualificazione e potenziamento delle risorse educative dei genitori e dei familiari anche quando in casa c’è un familiare bisognoso di specifica assistenza;
  8. attivazione di risorse spontanee che possono autonomamente organizzarsi in riferimento alle necessità di cura, assistenza ed accudimento delle categorie più deboli all’interno della famiglia riscoprendo il valore della solidarietà reciproca;

 

Obiettivi a lungo termine: 

  1. ridurre l’incidenza del bisogno minorile e giovanile sull’insorgenza di problematiche quali l’abbandono scolastico, i disturbi comportamentali, la devianza e le patologie più tipiche e ricorrenti dell’area adolescenziale (es. anoressia e bulimia) anche in riferimento ai comportamenti sessuali a rischio;
  2. ridare senso e significato all’autorevolezza dell’adulto nei suoi compiti educativi, in una fase storica in cui tutto ciò è sempre più messo in crisi e disconosciuto dagli stessi adolescenti, a volte anche in relazione alle difficoltà degli adulti a riconoscersi come validi modelli di riferimento;
  3. coinvolgere individui, gruppi e comunità per assegnare ai cittadini non solo il ruolo di portatori di bisogni, ma anche quello di produttori di risposte, attraverso la valorizzazione delle risorse e delle competenze dell’utenza nella costruzione di percorsi di assistenza (modalità: gruppi di formazione e d’auto-aiuto);
  4. riorientare i servizi socio-educativi trasformandone il ruolo da dispensatori di soluzioni a esportatori di competenze;
  5. autonomia delle famiglie nell’affrontare i problemi e nell’esportare a loro volta informazioni e competenze;

Obiettivi raggiunti:

Sono stati raggiunti tutti gli obiettivi sopra esposti così riconducibili sinteticamente:

 Obiettivi del progetto complessivo:

  • migliorare l’aggancio ai servizi;
  • affiancare i familiari nella gestione di situazioni problematiche;
  • creare spazi d’ascolto;
  • fornire strumenti di gestione dei problemi ai familiari, per renderli più autonomi, favorendo l’esportazione di competenze dai servizi alle famiglie.

Esposizione analitica dell’attività svolta:

SPORTELLI PSICOLOGICI

Anche per l’anno scolastico 1998/99 sono stati attivati dei centri di ascolto psicologico nelle scuole medie superiori e, a Sesto S.Giovanni, anche nelle scuole dell’obbligo elementari e medie inferiori. Il bacino d’utenza riguarda il territorio dell’ex U.S.S.L. n.31, consolidando una tradizione ormai storica, specialmente per quanto riguarda le scuole di Sesto S.Giovanni. Il progetto ha visto la presenza di psicologi nelle scuole una o più volte alla settimana, in relazione alla popolazione scolastica; ogni presenza ha avuto la durata di quattro ore. Si è trattato di un primo livello di ascolto psicologico dei bisogni espressi, con un numero medio di colloqui di 4-5 per utente. Se si è resa necessaria una prosecuzione dell’intervento, c’è stato l’invio ai servizi territoriali idonei (consultori familiari, UONPIA).

L’obiettivo prioritario di questa articolazione progettuale è di fornire ai giovani e agli adulti che gravitano attorno alla fascia adolescenziale e comunque in ordine ai problemi di tipo educativo, uno spazio di rielaborazione dei principali problemi o fattori incidenti nella particolare “crisi evolutiva” che caratterizza questo passaggio di età.

La scuola si presenta come l’istituzione che maggiormente raccoglie i segnali di disagio che via via si possono presentare e, al tempo stesso, anche il contesto in cui gli adolescenti possono accettare con maggior facilità e fluidità un aiuto specialistico.

A tal fine nelle scuole superiori l’intervento è stato particolarmente indirizzato ai giovani, mentre nelle scuole elementari e nelle medie inferiori agli adulti, genitori e docenti, che hanno espresso un bisogno formativo e di supporto specialistico in ordine a problematiche educative e relazionali-affettive che emergono dagli alunni. Anche in questo caso il contatto con i servizi territoriali è stato ritenuto essenziale sia per interventi che dovevano protrarsi nel tempo sia per una collaborazione per altri tipi d’intervento.

Inoltre si è aggiunto l’intervento presso l’I.P.C. Falk (diurno) di Sesto San Giovanni, per un totale di n.6 sportelli settimanali di 4 ore ciascuno.

Su tutto il progetto è stata poi attivata la supervisione (sia di gruppo che individuale) per un totale annuo di 35 ore.

Sono stati coinvolti 400 soggetti, tra allievi, genitori e docenti.

Dalle prime valutazioni effettuate sia con le scuole che con la cooperativa che gestisce il servizio, si è potuto constatare un riscontro positivo ed una scelta opportunamente direzionata in relazione alle richieste.

La supervisione, resa possibile grazie anche al finanziamento regionale, ha permesso un miglioramento qualitativo sia in relazione alle prestazioni dei singoli psicologi che all’organizzazione dell’attività più in generale.

Tale progetto si è inserito in quello più ampio che va a saturare le richieste delle scuole medie superiori; in particolare è stato possibile:

  • attivare l’intervento nella fascia dell’obbligo (scuole elementari e scuole medie);
  • estendere l’intervento nelle scuole superiori;
  • assicurare la supervisione e il coordinamento professionale.

L’attività ha avuto inizio nella prima metà del mese di dicembre 1998, cercando di essere più tempestivi possibile rispetto all’inizio dell’anno scolastico e si è protratto fino alla conclusione dello stesso.

L’incarico è stato affidato alla cooperativa “ICARO 2000” di Sesto San Giovanni che ha designato n.6 psicologi per l’espletamento dell’attività, più uno psicologo per la supervisione.

Le scuole dell’obbligo dove è stato possibile avviare ex novo l’attività sono:

  • scuola elementare 1° Circolo (Bresso);
  • scuola elementare 2° Circolo (Bresso);
  • scuola elementare XXV Aprile (Cormano);
  • scuola media Manzoni (Bresso);
  • scuola media Manzoni (Cusano M.);

Referente di quest’articolazione progettuale: Dr.ssa Carmela Martello.

Ente coinvolto: Coop. ICARO 2000 – p.zza della Repubblica – Sesto San Giovanni. 

PROGETTO GENITORI

Progetto Genitori è nato nel 1997 ad opera degli psicologi dei Consultori familiari di Cinisello B., Cormano e Cusano M. (Dr. Romano Beretta, Dr.ssa Franca Carrozzo e Dr.ssa Fiorenza Costantini). Le attività principali in cui si è articolato sono:

  • incontri di sensibilizzazione nelle scuole medie inferiori sulle tematiche dell’adolescenza e della comunicazione tra genitori e figli;
  • corsi di “formazione alla comunicazione” per genitori di adolescenti;
  • O.S. genitori (linea telefonica di primo intervento psicologico per genitori di adolescenti).

Nel 1998 le prime due iniziative hanno ricevuto un finanziamento dalla Regione Lombardia e ciò ha permesso di proseguire le attività del progetto avvalendosi della collaborazione di psicologi consulenti dell’Istituto per l’Approccio Centrato sulla Persona (IACP), che utilizza l’approccio teorico-metodologico di Carl Rogers. A questi è stata affidata la conduzione di gruppi di “formazione alla comunicazione” per genitori con il Metodo Gordon (“Genitori Efficaci”), oltre alla formazione e supervisione di operatori per la conduzione di gruppi.

Nell’autunno del 1998 è iniziata quindi la seconda fase del Progetto genitori, che si è così articolata:

INCONTRI DI SENSIBILIZZAZIONE NELLE SCUOLE

Gli psicologi dei Consultori di cui si è detto in premessa, hanno effettuato 6 “incontri di sensibilizzazione” con genitori di adolescenti in 3 scuole medie inferiori dei Comuni di Bresso e di Cinisello B., che hanno coinvolto 80 partecipanti. Gli argomenti, trattati in forma di conferenza, ma con il metodo esperienziale del coinvolgimento attivo, hanno riguardato la comunicazione genitori-figli, i cambiamenti nell’adolescenza, la gestione dei conflitti, etc.

In questi incontri sono state raccolte adesioni sufficienti a creare 4 gruppi di genitori che hanno chiesto di partecipare a:

GRUPPI DI FORMAZIONE ALLA COMUNICAZIONE

Nella primavera del 1999 ha preso avvio il primo gruppo di formazione alla comunicazione, condotto da una psicologa consulente dell’I.A.C.P., che ha raccolto una decina di partecipanti. Sono stati effettuati 9 incontri. Un secondo gruppo (18 partecipanti) è partito a settembre 1999 ed un terzo dal febbraio 2000 (circa 20 partecipanti). Il metodo di lavoro è sempre quello esperienziale, con coinvolgimento attivo dei partecipanti tramite l’utilizzo di tecniche come le “simulate”, il “brainstorming”, il “role-playing”, etc.

FORMAZIONE-SUPERVISIONE OPERATORI

Un’altra psicologa consulente dell’I.A.C.P. ha tenuto 8 incontri con gli operatori dei Consultori che hanno già condotto (e condurranno prossimamente) gruppi “esperienziali”.

E’ stata innanzitutto supervisionata l’esperienza di conduzione di gruppi di genitori fatta precedentemente dagli psicologi dei Consultori.

Nei primi incontri è stato anche affrontato il tema del lavoro di gruppo e del ruolo del conduttore come “facilitatore”. Successivamente sono stati introdotti i concetti principali del “modello rogersiano”, approfondendo il significato della relazione d’aiuto. Nella seconda parte del lavoro si è giunti a definire e progettare la struttura di corsi per gruppi di coppie di genitori e per coppie che si apprestano a diventarlo, oltre che per gruppi di adolescenti. Infine si è approfondita la metodologia e la tecnica di conduzione di un corso per i gruppi succitati.

L’obiettivo comune di queste iniziative è di far acquisire le abilità relazionali e comunicative indispensabili per creare e mantenere una situazione di benessere e “sanità” delle relazioni familiari, soprattutto dal punto di vista psicologico, affettivo ed emotivo.

Ente coinvolto: Istituto per l’Approccio Centrato sulla Persona (I.A.C.P.) – via Crema 28 – Milano.

Referente per questa articolazione progettuale: Dr. Romano Beretta.

PARENT TRAINING

 L’intervento denominato “Parent training” si è rivolto ai familiari e agli educatori di giovani adulti in situazione di handicap grave, ospiti di Centri Socio Educativi a gestione delegata dai Comuni all’ASL 3 nel territorio di Bresso, Cologno Monzese, Cinisello Balsamo, Cusano Milanino, Sesto San Giovanni, Paderno Dugnano e Cormano.

 

Questa articolazione progettuale, che ha visto l’avvio della sua realizzazione nel corso del 1998, ha ripreso e potenziato un’esperienza già attuata tra il 1995 ed il 1996: allora furono attivati due gruppi, uno di familiari ed uno parallelo di educatori. Nell’intento di dare il massimo impulso alle risorse della famiglia quando questa ha al suo interno un componente portatore di handicap grave, dopo un’attenta analisi dei bisogni “extra” di queste famiglie “speciali”, si è ritenuto importante offrire ai familiari dei percorsi informativi/formativi per affinare le loro capacità di affrontare i problemi, fino a renderli esportatori, presso altri familiari, delle loro esperienze.

Ogni famiglia si poggia su un equilibrio che, nel caso della famiglia “con handicap”, è un equilibrio spesso fragile e costoso in termini di rinuncia e sofferenza personale.

Gli operatori devono accostarsi a questa realtà inizialmente con l’offerta di servizi e di supporto medico/specialistico, psicologico, sociale, economico, legale.

Successivamente, appena è possibile, bisogna uscire dallo schema tipico, per cui l’utente va nei servizi e prende il suo “pezzetto” d’intervento riabilitativo, ma con la gradualità opportuna, dobbiamo dotare i familiari delle autonomie necessarie per renderli meno fruitori – e comunque non oltre il necessario – ma più protagonisti attivi delle decisioni che riguardano i loro figli. Dobbiamo supportarli affinché non si fermino sulla cronicità del loro malato, ma considerino i percorsi di autonomia possibili che, a volte, piegati sulla loro sofferenza, finiscono per non vedere.

Obiettivi generali

  1. Facilitare il lavoro degli operatori con gli utenti;
  2. Permettere una migliore Qualità della Vita alle famiglie;
  3. Ottenere la collaborazione dei familiari;
  4. Migliorare l’aggancio al Servizio;
  5. Contenere le ansie dei familiari;
  6. Farli sentire affiancati e non abbandonati;
  7. Modificare gli atteggiamenti di delega;
  8. Creare un filtro per le famiglie e uno spazio di ascolto;
  9. Creare risposte differenziate a bisogni differenziati;
  10. Definire interventi ottimali per gruppi di familiari o per singoli nuclei. 

Obiettivi specifici

  1. Coinvolgere i familiari significativi;
  2. Ridimensionare le aspettative;
  3. Comprensione e condivisione dei progetti educativi;
  4. Dare indicazioni comportamentali per i casi meno gravi: migliorare la generalizzazione degli apprendimenti nell’ambiente naturale;
  5. Integrare il lavoro familiari/operatori per l’autonomia del soggetto;
  6. Acquisire e fornire dati realistici per i progetti;
  7. Definire terapia vs. educazione:
  8. Definire gli obiettivi dell’intervento educativo;
  9. Migliorare la gestione farmacologica;
  10. Acquisire dati su bisogni e offerte.

Progetto:

Si sono previsti:

  • momenti informativi/formativi con i genitori;
  • momenti informativi/formativi con gli operatori.

L’intervento si è svolto in un’unica struttura – C.S.E. di Cusano Milanino – cui ha fatto riferimento l’utenza di tutto l’ambito territoriale sopra citato.

Riassumiamo nella seguente tabella il progetto parent training, indicando anche gli argomenti trattati nei diversi moduli:

 

FASE 1.  Individuazione dell’utenza.

Sono state individuate dai responsabili e dagli operatori dei CSE le famiglie ritenute più bisognose e idonee. Sono stati ritenuti buoni indicatori di bisogno/idoneità:

  • richiesta di aiuto in termini di informazioni e di indicazioni riguardanti il figlio;
  • disponibilità/possibilità di utilizzare del proprio tempo;
  • ragionevole consapevolezza di possibilità/spazi residui di intervento.

 

FASE 2.  Aggancio, valutazione e formalizzazione dei gruppi (Assessment).

 

I conduttori dei gruppi hanno svolto colloqui individuali di verifica della segnalazione con i genitori per valutare il livello di richiesta e di motivazione, e per formalizzare la partecipazione agli incontri di gruppo.

Agli incontri di gruppo ha partecipato principalmente la coppia genitoriale, ma veniva data la possibilità anche agli altri familiari significativi di iscriversi.

Agli educatori che seguono le famiglie coinvolte è stata proposta la partecipazione al gruppo degli operatori, che si è avviato in autunno.

 

FASE 3.  Conduzione dei gruppi Psicoeducativi.

 

Per familiari. Sono stati attivati in parallelo due gruppi di familiari così modulati:

10 incontri con cadenza settimanale che hanno compreso per ciascun gruppo:

4 incontri di tipo informativo. Argomenti trattati:

  • un incontro introduttivo
  • descrizione per conoscenza e utilizzo dei servizi sul territorio
  • utilizzo dei farmaci e patologia
  • aspetti psicologici

 

6 incontri informativi e formativi. Argomenti trattati:

  • strategie per l’approccio e la risoluzione dei problemi interpersonali
  • stili di comunicazione e assertività
  • cenni sull’apprendimento dei comportamenti e suggerimenti relativi ai comportamenti problematici

 

E’ stato aggiunto un prosieguo autunnale di 8 incontri con cadenza quindicinale, al fine di poter sperimentare ed esercitare gli argomenti trattati nelle problematiche quotidiane. Questa articolazione non era prevista nello schema iniziale, ma se n’è rilevata la necessità in itinere.

Si è attivato un gruppo a lungo termine (incontri con cadenza mensile) aperto ai familiari coinvolti negli interventi psicoeducativi di parent training già svolti. Tale gruppo, volendo rappresentare una risorsa di “auto-aiuto”, è stato inizialmente rivolto ai familiari che parteciparono al progetto 1995/96; questa esperienza è in corso e proseguirà oltre il progetto.

Si è svolto un gruppo di 7 incontri sul “dopo di noi” e sul problema della residenzialità, che ha visto anche il coinvolgimento degli amministratori comunali.

Per educatori. 10 incontri con gli operatori “segnalanti” più eventualmente altri operatori che chiamiamo “volontari senza utenti” fino ad un gruppo di max 15 persone.

 

Verrà valutata successivamente la possibilità di gruppi aperti permanenti per familiari e operatori.

 

Riflessioni sul progetto

 

Il progetto ha presentato diversi aspetti di notevole interesse:

 

  1. lo staff complessivo era composto da:

1 psicologo psicoterapeuta dipendente responsabile del progetto:

Dr.ssa Paola Di Furia

1 educatore professionale coordinatore dei CSE coinvolti:

   Sig.ra Giuseppina Montanari

1 psicologo psicoterapeuta supervisore consulente:

   Dr. Federico Mastrangelo

2 psicologi conduttori dei gruppi:

Dr.ssa Elsa Dell’Erba e Dr.ssa M.Rosa Mercanti

2 educatori professionali dipendenti co-conduttori dei gruppi:

Dr.ssa Erminia Chiesi e Dr.ssa Saveria Fontana

1 psicologo tirocinante osservatore nei gruppi:

Dr.ssa Simona Arminio

Questa dimensione di équipe, che si è incontrata settimanalmente, ha dato impulso al confronto, alla discussione e al procedere del lavoro.

 

  1. da notare innanzi tutto il ruolo dei conduttori: ogni gruppo di familiari è stato condotto infatti da uno psicologo e da un educatore professionale che sta completando una sua formazione come psicologo (si tratta di due educatori professionali con laurea in psicologia ed un buon curriculum formativo). E’ piuttosto interessante questa collaborazione psicologo/educatore, che ha reso possibile, tra l’altro, uno scambio proficuo di competenze (le tecniche di conduzione di gruppi coniugate alla conoscenza dei casi) ed una valorizzazione del ruolo dell’educatore “competente”.

 

  1. L’équipe si è incontrata regolarmente, come già detto, per fare il punto della situazione, in quella sede lo psicologo supervisore ha dato le coordinate sulla gestione dei gruppi e le problematiche emerse. E’ stato necessario inoltre qualche incontro ai conduttori per commentare le sedute e per preparare le successive.

 

  1. I conduttori sono stati affiancati, in particolare negli incontri informativi sui Servizi e sui farmaci, da esperti del settore.

 

  1. La fase di assessment è stata impostata con colloqui con i singoli nuclei familiari secondo il metodo dell’intervista semi strutturata per indagare bisogni, motivazioni, idoneità e livello di conoscenza dei problemi.

 

  1. Alle famiglie che nel passato hanno già sperimentato percorsi di gruppi psicoeducativi (si veda la già citata esperienza del 1995/96) è stata data la possibilità, accolta da 6 famiglie, di partecipare all’avvio del gruppo aperto a lungo termine a cadenza mensile di tipo “auto-aiuto” (condotto dal supervisore, dal responsabile del progetto e dall’educatore professionale coordinatore). Questo gruppo è diventato una risorsa stabile anche per i familiari graduati nei gruppi psicoeducativi informativo/formativi.

 

 

Alcuni dati.

 

I gruppi sono iniziati nel gennaio 1999. Sono stati condotti 2 gruppi di 12 familiari ciascuno per 10 incontri per ciascun gruppo (preceduti da 30 colloqui singoli).

Questi due gruppi hanno proseguito da settembre riuniti in un unico gruppo, con 8 incontri per approfondire il tema della gestione quotidiana dei comportamenti e per dare più ampio spazio alle problematiche portate dai singoli partecipanti, applicando ed esercitando gli aspetti applicativi di quanto discusso nel gruppo.

Un gruppo di auto-aiuto composto da 6 partecipanti.

Infine nell’autunno è stato tenuto anche un gruppo rivolto agli educatori professionali.

Si sono conclusi a giugno 2000 i 7 incontri sul “dopo di noi”.

 

Percorsi successivi possibili richiesti dai familiari

 

I familiari, nel corso del lavoro dei gruppi, hanno proposto di proseguire con:

  • Un gruppo di training autogeno;
  • La partecipazione al gruppo di auto-aiuto;
  • Il confronto con famiglie giovani che hanno il problema dell’handicap per poterle aiutare con la propria esperienza;
  • Gruppi terapeutici di sostegno psicologico.

 

Ognuno di questi potrà essere, alla fine della sperimentazione, un prosieguo possibile.

 

Sono stati coinvolti: 3 psicologi liberi professionisti.

 

Referente per questa articolazione progettuale: Dr.ssa Paola Di Furia.

 

 

PROGETTO ALZHEIMER

 

Il progetto Alzheimer è stato affidato all’Associazione Alzheimer di Monza e Brianza, sentita insieme ad altre associazioni rappresentative che si occupano della gestione delle problematiche cliniche, psicologiche e sociali connesse al morbo di Alzheimer. L’Associazione individuata ha presentato il pacchetto informativo/formativo per familiari e per operatori più completo e articolato.

 

Il progetto si è realizzato attraverso le seguenti iniziative:

 

  • Convegno “Giornata mondiale Alzheimer: la malattia di Alzheimer, una sfida per la scienza, la medicina, la famiglia”, organizzato per il 18 settembre 1999 all’Hotel de la Ville a Monza. Quest’iniziativa ha visto la partecipazione di esperti del settore, come di operatori geriatrici e di familiari.
  • Corsi di formazione per operatori e per volontari dove sono stati trattati i seguenti temi (196 partecipanti):
  • La demenza di A., diagnosi, problemi clinici, trattamento farmacologico (Dr. Scalisi dell’Istituto geriatrico Redaelli di Vimodrone);
  • I comportamenti del malato di A. (Dr.ssa Sacco del nucleo Alzheimer di Vimodrone);
  • Il rapporto con il malato e con la famiglia (Dr.ssa Quaie – psicologa);
  • Arteterapia, possibili applicazioni nella demenza di A. (Prof.ssa Cossio e Sig.ra Viezzer – psicomotricista-musicoterapista);
  • Tecniche infermieristiche (Sig.ra Tomanin della Casa di Riposo Agostoni di Lissone);
  • I bisogni della famiglia (un’assistente sociale);
  • Problemi etici e problemi legali (Avv. Quaranta);
  • Il dramma delle famiglie (Sig.ra Boccolieri Quinto).

 

Ogni lezione è stata seguita con molto interesse: il dibattito a ogni fine lezione è stato ricco di punti di riflessione.

 

Dal dibattito sono emersi due aspetti fondamentali: gli operatori hanno sottolineato la diversità tra quanto è stato detto dai relatori e la realtà delle case di riposo in cui operano. I familiari invece hanno più e più volte messo l’accento sulla latitanza delle istituzioni e su quanto si sentano abbandonati.

 

Sia gli operatori che i familiari lamentano la carenza di momenti di formazione ed informazione sulla malattia ed al termine di ogni ciclo è stato richiesto un ulteriore approfondimento di tutti gli argomenti.

 

I partecipanti ai corsi sono stati numericamente superiori agli iscritti, molti familiari non si sono iscritti per una serie variegata di motivi (vergogna della malattia, inutilità dell’iscrizione, etc.).

 

Sono stati attivati 2 gruppi di auto-aiuto per i familiari con questi contenuti:

  • Analisi dei soggetti partecipanti
  • Analisi dello stress
  • Analisi dei bisogni
  • Analisi del grado di deterioramento dei pazienti
  • Formazione del capo-gruppo
  • Formazione dei gruppi

 

Partecipanti totali: 38.

 

A volte si pensa che la definizione della diagnosi corrisponda automaticamente all’accettazione della malattia, mentre nella maggior parte dei casi non è così.

Questo è tanto più vero quanto più la diagnosi avviene in casi ancora lievi, in cui la persona alterna momenti di lucidità a disturbi tipici delle fasi più avanzate (incapacità espressive, non riconoscimento delle persone, etc.).

E’ necessario ricordarsi che i tempi per accettare e per far fronte a situazioni che si vengono a creare, sono strettamente dipendenti dalle risorse che i familiari hanno dentro di sé: a volte ci vogliono anni perché riescano a persuadersi di ciò che sta succedendo.

Si pensi a come è difficile riconoscere ed accettare che un genitore, un coniuge o un fratello si sta incamminando verso una strada senza ritorno.

Le resistenze dei familiari vanno comprese in quanto questa malattia crea una dipendenza fisica tra il malato e il “caregiver”, intendendo con questo termine colui che assiste quotidianamente il malato di Alzheimer: è il dramma principale all’interno della famiglia. Questa è la persona più facilmente soggetta a stanchezza e depressione. Il caregiver è stato frequentemente definito la seconda vittima, proprio per mettere in risalto il grado di stress cui è sottoposto. Le reazioni che l’assistenza a questo tipo di malati può provocare sono tante: rabbia, rifiuto, impotenza, sensi di colpa, vergogna e isolamento sociale.

Questo tipo di reazioni si ripercuotono all’interno del nucleo familiare, creando così una forte tensione fra i suoi componenti e fra questi e il malato.

Per aiutare i familiari che durante la giornata vivono intensamente buona parte di questi stati d’animo e incanalarli in modo positivo sono stati istituiti dall’Associazione, da diversi anni, dei gruppi di auto-aiuto.

 

Ente coinvolto: Associazione Alzheimer Monza e Brianza – via Guerrazzi 36 – Monza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Caratteristiche innovative del progetto “Famiglia 2000” nel suo complesso:

 

  1. Innovazione relativa al ruolo del prestatore del servizio:
  • Diventa facilitatore della comunicazione e dei rapporti con i servizi;
  • Stimola autonomia e attiva le risorse della famiglia.

 

  1. Innovazione nel tipo d’intervento:
  • sportelli psicologici ampliati anche nella fascia dell’obbligo, rivolti anche agli adulti (genitori/docenti) con supervisore competente;
  • sostegno all’autonomizzazione concreta delle famiglie (famiglie CSE costituitesi formalmente in associazione nel corso della presente esperienza progettuale);
  • discussione e pubblicizzazione anche con gli amministratori comunali di attività e tematiche di forte impatto sociale (Alzheimer, handicap);
  • coinvolgimento in prima persona dei familiari su tematiche di vastissimo interesse e di forte incidenza preventiva (progetto genitori sull’adolescenza).

 

  1. 3. Innovazione nella metodologia di lavoro:
  • gruppi di genitori di giovani disabili gravi e gravissimi anche co-condotti da educatori professionali formati ad hoc;
  • gestione di gruppi di comunicazione con passaggio di competenze ad operatori ASL (si veda progetto genitori nei Consultori).

 

  1. Innovazione nell’obiettivo del progetto:
  • creare risposte altamente differenziate a bisogni differenziati.

 

 

Sviluppi del progetto:

 

  • agganciare nuovi interlocutori (es. I.A.C.P., Associazione Alzheimer e singoli professionisti di grande competenza permetterà il prosieguo delle attività anche di routine con un arricchimento quali-quantitativo del servizio offerto).

 

  • Far incontrare famiglie/amministratori su progettualità specifiche;

 

  • Approfondire e articolare maggiormente alcune tematiche specifiche.

 

 

 

A titolo d’esempio, si fa cenno allo sviluppo di tematiche specifiche relative all’articolazione progettuale “parent training”, sull’handicap:

 

  • È stata svolta una prima ricognizione sul bisogno di residenzialità nell’handicap, perché la tematica del “dopo di noi” è emersa come prioritaria per le famiglie, intesa come scelta di percorsi autonomi dalla famiglia di origine per i disabili, cui si è aggiunto anche, specifico per quei familiari che hanno partecipato al presente progetto, un breve “questionario” che indaga i vissuti emozionali sull’autonomizzazione di un figlio disabile;

 

  • Si sta progettando la costituzione di osservatori sulla disabilità cui partecipino anche le famiglie, costituitesi in associazioni di solidarietà familiare.

 

 

Modifica degli obiettivi iniziali

(tre arricchimenti)

 

  • Partecipazione degli operatori di alcuni Consultori Familiari a gruppi tenuti da specialisti della comunicazione (progetto genitori);
  • Co-conduzione di gruppi sull’handicap grave fatta anche con educatori professionali formati ad hoc (parent training);
  • Ampliamento dei temi trattati attraverso incontri con amministratori comunali sul tema della residenzialità e il “dopo di noi” nell’handicap.

 

 

 

Sintesi sul numero di soggetti coinvolti:

 

Sportelli psicologici    400

                          Progetto Genitori       128

                          Parrent training                     75

                          Progetto Alzheimer    234  (escluso convegno)

 

T O T A L E           837

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A cura del Responsabile del progetto complessivo: Dr.ssa Paola Di Furia.

 

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